Siamo sicuri che "mi piace"?

by Kanzlei Thomas


Uno strumento di marketing virale estremamente efficace e per giunta gratuito che molti gestori di online shop amano integrare nel proprio negozio è il plugin di Facebook "mi piace", attraverso il quale un utente può esprimere tale giudizio condividendolo con tutti i propri contatti su Facebook.

Una recentissima pronuncia del tribunale di Düsseldorf (09. marzo 2016, r.g. 12 O 151/15) ha esaminato nel dettaglio il funzionamento del suddetto plugin, giungendo alla conclusione che esso si presta ad essere utilizzato in maniera tale da violare la normativa sulla protezione dei dati personali.

Gli aspetti tecnici

Il problema nasce dal fatto che quando il plugin in questione è integrato in un sito terzo di norma, già all'atto di accedere alla pagina in cui è integrato, esso acquisisce automaticamente dati personali, in particolare l'indirizzo IP dell'utente e l'informazione relativa al sito visitato (cioè quello in cui il plugin è ospitato). Tale acquisizione avviene direttamente da parte di Facebook, senza coinvolgimento del gestore del sito "ospitante". E' vero che l'indirizzo IP di norma è dinamico, sicché non è possibile risalire all'utente persona fisica in maniera diretta (indirittamente peraltro invece sì). Tuttavia Facebook in tal modo acquisisce dati relativi ad un proprio utente che è in grado di identificare direttamente dal momento che per esprimere il "like" bisogna effettuare (o aver già effettuato) il login.

Non si salva nemmeno chi non ha un account su FB

Il suddetto funzionamento tecnico permette a Facebook di acquisire dati personali anche di utenti che non siano registrati sul loro account nel momento in cui visitano il sito ospitante, o addirittura che non abbiano alcun account su Facebook. Infatti quando l'utente carica la pagina terza che ospita il plugin di Facebook, quest'ultimo salva un cookie permantente sul terminale dell'utente, sicché se questi in seguito effettua il login al proprio account oppure apre un nuovo account, Facebook è sempre in grado di mettere in collegamento i due dati e trarne conclusioni in merito, ad esempio, alle preferenze dell'utente.

Rischi

Ai sensi del novellato art. 3a della legge tedesca sulla concorrenza sleale (UWG), commette un atto di concorrenza sleale chiunque agisca in violazione di una norma preposta alla tutela dei consumatori, degli altri soggetti attivi sul mercato o del corretto funzionamento del mercato stesso. Legittimati ad agire sono, oltre alle associazioni di categoria, anche i concorrenti stessi, i quali dispongono in tal modo di un'ottima arma per mettere in difficoltà la concorrenza.  Inoltre, a partire da ottobre 2016, anche per le violazioni della normativa sulla protezione dei dati personali saranno legittimate ad agire le associazioni di categoria (in particolare le associazioni dei consumatori). A tali rimedi "civilistici" si aggiungono poi tutti i poteri sanzionatori amministrativi e penali delle rispettive autorità competenti.

Possibile soluzione pratica

Come ovviare al problema? La soluzione suggerita obiter dal tribunale di Düsseldorf è di applicare una soluzione a "doppio click". All'atto di accedere alla pagina che ospita il plugin, lo stesso non dovrebbe essere ancora attivo. Con un primo click sull'area del plugin l'utente dovrebbe ricevere informazioni dettagliate sul funzionamento dello stesso e sui dati personali acquisiti e trasmessi. Solo se a questo punto l'utente procedesse a un secondo click il plugin verrebbe attivato.

Per esaminare un'applicazione pratica della suddetta soluzione si può far riferimento all'online store della catena tedesca "Peek & Cloppenburg". Nell'angolo inferiore destro della pagina iniziale si trova un riquadro intitolato "Gefällt mir" (mi piace). Solo cliccando su "Social media aktivieren" l'utente esprime il consenso all'attivazione del plugin di Facebook.

Non c'è soluzione a prova di bomba

Resta comunque da sottolineare che tale soluzione, attualmente generalmente accettata tra gli altri anche dall'autorità per la protezione dei dati personali della Baviera resta tutt'altro che certa. Il nodo fondamentale risiede nella necessità di un consenso informato. Quando l'utente accede ad un sito in cui è integrato il plugin di Facebook con la soluzione a doppio click ha sì la possibilità di (non) esprimere il proprio consenso, ma sulla base di informazioni necessariamente vaghe ed insoddisfacenti dal momento che nessuno è in grado di indicare con precisione quale utilizzo venga fatto dei suoi dati da parte di Facebook. Se, come nel caso oggetto della decisione del tribunale di Düsseldorf, il sito ospitante non è in alcun modo coinvolto nella trasmissione di dati dall'utente a Facebook, l'unica soluzione ipotizzabile dovrebbe essere quella di informare l'utente in maniera chiarissima ed evidente circa la completa estraneità e terzietà del plugin di Facebook rispetto alla pagina ospitante, in modo da poter rinviare l'utente alla dichiarazione sul trattamento dei dati personali di Facebook stesso. Tuttavia ciò richiederebbe un'interpretazione estremamente restrittiva delle definizioni di "acquisizione di dati" e di "responsabile" accolte all'art. 3 c. 3 e 7 della legge federale sulla protezione dei dati (Bundesdatenschutzgesetz) - il che non è probabile, data l'attuale tendenza della giurisprudenza ad una estrema responsabilizzazione in tema di trattamento di dati personali.

Insomma, l'unica soluzione attualmente sicura è non usare del tutto il plugin.


Amazon Prime - a pagamento o no?

by Kanzlei Thomas


Com'è noto, la legge tedesca prevede che nell'ambito del commercio a distanza (e-commerce) il consumatore, dopo aver ottenuto tutte le informazioni di legge, per confermare definitivamente l'acquisto di un bene o servizio sia obbligato a cliccare su un pulsante che rechi le parole "zahlungspflichtig bestellen" (letteralmente: "ordinare a pagamento") o altra formulazione idonea ad esprimere in maniera altrettanto chiara ed univoca che il consumatore si vincola a pagare un importo per l'acquisto di un bene o servizio.

Fino al marzo 2014 Amazon Germania offriva agli utenti la possibilità di provare gratuitamente il servizio "Prime" cliccando sul pulsante "Registrati ora" - che palesemente non esprimeva il concetto di onerosità dell'offerta una volta scaduto il periodo di prova.

L'associazione federale di tutela dei consumatori inviò pertanto una diffida a Amazon, chiedendo che cessasse immediatamente tale condotta illecita, ma senza sortire dapprima alcun risultato. In seguito, Amazon nel marzo 2014 modificò la descrizione del pulsante di cui si controverte in "jetzt gratis testen - danach kostenpflichtig" (ovvero: "prova gratis ora - dopo a pagamento").

Portata in giudizio dall'associazione, Amazon soccombe ora in grado d'appello davanti alla CdA di Colonia che considera la formulazione utilizzata insufficiente a informare l'utente sul vincolo oneroso che sta assumendo nonché per di più anche fuorviante, in quanto ingenererebbe l'impressione che il test gratuito sia disponibile solo "ora" e che cliccando sull'apposito pulsante si acquisirebbe esclusivamente un diritto a usufruire di detto periodo di prova gratuito, senza alcun ulteriore obbligo.

La sentenza ricorda ancora una volta a tutti i gestori di online shops attivi anche in Germania quanto sia - giustamente - rigorosa la giurisprudenza nell'applicare le disposizioni a tutela del consumatore.

Il consiglio pratico pertanto è di utilizzare, per quanto possibile, paro paro la formulazione suggerita dalla norma (§312j c. 3 BGB), ovvero "kostenpflichtig bestellen". Se si vuole a tutti i costi esprimere il concetto in maniera diversa (per esigenze stilistiche, ad esempio) bisognerà verificare attentamente che la formulazione scelta sia davvero idonea a far passare il messaggio: "cliccando qui ti obblighi a pagare".


Workshop allo SMAU Milano

by Kanzlei Thomas


SMAU Milano: Opportunità del mercato tedesco

Giovedì scorso 22 ottobre 2015 a SMAU Milano si è tenuto il workshop congiunto dello studio legale THOMAS RECHTSANWÄLTE e dello studio commerciale e tributario BARNER & MASTELLA

Oggetto dell'intervento le principali forme per strutturare un'attività in Germania da zero, ovvero come espansione di un business già presente sul mercato italiano. Sono stati affrontati problematiche civilistiche e fiscali (in particolare trasfrontaliere) inerenti alle forme societarie, nonché alcuni aspetti del diritto della concorrenza tedesca rilevanti per il cd. "made in Italy".

Una panoramica degli argomenti trattati è disponibile qui.


Divani scomodi

by Kanzlei Thomas


Diritto di recesso nei contratti conclusi a distanza

Dall'entrata in vigore delle singole misure nazionali di attuazione (art. 52 Codice del Consumo; §312g BGB) della direttiva 2011/83/UE (cd. direttiva sulla tutela dei consumatori) sappiamo che nell'ambito del commercio a distanza, ovvero nell'e-commerce, il consumatore ha sempre diritto a recedere dal contratto concluso entro un termine di 14 gg. senza necessità di indicare motivazioni. La direttiva ha uniformato proprio il termine, innalzandolo in tutta Europa a 14 gg. Naturalmente chi offre beni o servizi online è libero di concedere termini di recesso più ampi, come infatti fanno molti dei principali players.

Tale diritto di recesso è escluso in una serie di casi, tra i quali quello forse più ricorrente è quello relativo a beni confezionati su misura o chiaramente personalizzati (art. 59 Codice del Consumo, §312g c. 2 n. 1 BGB). La ratio della norma è chiara: se il venditore deve confezionare un prodotto (un capo d'abbigliamento, per esempio) secondo le misure o i desideri del consumatore, questi poi non può restituirlo “senza motivo”, poiché il venditore non ha possibilità di venderlo ad altri. Diversamente quest'ultimo dovrebbe sopportore un rischio imprenditoriale sproporzionato ed eccessivo a fronte della tutela del consumatore.

Applicazione giurisprudenziale al caso dei divani

Proprio tale ratio ha permesso tuttavia alla Pretura (Amtsgericht) di Dortmund di ritenere che un divano modulare composto da singoli elementi scelti dal consumatore in una gamma di 578 combinazioni non è di per sé sottratto dal campo d'applicazione della disciplina generale sul recesso, quando esso sia, in caso di reso, facilmente scomponibile e dunque i singoli pezzi riutilizzabili per altri ordini (v. AG Dortmund 28.04.2015, AZ. C 1013/15). Tale pronuncia si pone peraltro in insanabile contrasto con la precedente sentenza del Tribunale di Düsseldorf che, sempre nel caso di un divano componibile a piacere dall'acquirente, aveva escluso l'applicabilità del diritto di recesso entro 14 gg. (LG Düsseldorf 12.02.2014, AZ. 23 S 111/13).

Se è vero che una rondine non fa primavera è altrettanto vero che una sentenza pretorile non è sufficiente a indicare un orientamento generale. Chi però vende i propri beni online e permette al cliente di acquistarli in versioni personalizzate mediante combinazione di singoli elementi preconfezionati e separabili dovrebbe adottare qualche cautela – tenendo presente che il diritto di recesso è comunque sempre inderogabile.


E-commerce transfrontaliero in Europa

by Kanzlei Thomas


La Commissione Europea ha recentemente reso pubblico un comunicato stampa in cui fissa i principali obiettivi funzionali allo sviluppo del mercato unico digitale. L'iniziativa prende spunto dall'importanza che la Commissione (e non solo) riconosce, tra l'altro, alle potenzialità di settori tuttora sottosviluppati, come quello dell'e-commerce.

In base ad uno studio pubblicato dalla Commissione, nel 2014 il mercato digitale europeo era composto per più della metà da servizi online statunitensi, per il 39% da servizi online esclusivamente nazionali dei singoli stati membri, e per il restante (misero) 4% da servizi online transfrontalieri, o tendenzialmente pan-europei.

Alcuni dei fattori più rilevanti che costituiscono ostacolo allo sviluppo di offerte di beni e servizi a livello europeo sono i costi di spedizione (62% delle aziende indica questo come "major problem"), le differenze locali nella regolamentazione dell'IVA e, più in generale, le differenze legislative in tema di e-commerce.

Nonostante i molteplici interventi di armonizzazione attuati dall'Unione negli ultimi anni (da ultimo, ad esempio, la direttiva 2001/83/UE), permangono differenze tra i singoli ordinamenti statali che comportanto un costo di stimato per le imprese intorno ai 9.000€ solo per conformarsi alle diverse discipline.

Altro problema sentito dalla popolazione dei potenziali consumatori è quello della tutela dei dati personali. Il 72% degli Europei diffida dei servizi online per il timore di dover caricare dati personali online, dove possono diffondersi in maniera incontrollata.

In effetti, l'esperienza pratica insegna che, nonostante la disposizioni applicabili all'e-commerce siano a livello generale ampiamente armonizzate, resistono soprattutto nei singoli settori commerciali differenze - il più delle volte minimi dettagli - che richiedono l'adattamento dei testi contrattuali, delle informative precontrattuali, della privacy policy etc. etc. Basti pensare alla normativa sull'etichettatura di prodotti alimentari, vini, le regole sulla pubblicità di prodotti medici etc.

Ma ciò che, ancor più delle differenze legislative in senso stretto, varia da paese a paese con conseguenze e costi ben più incisivi per le imprese è l'attuazione della normativa, il cd. "enforcement". Se, ad esempio, in Italia è relativamente improbabile che un sito di e-commerce possa incorrere in seri problemi perché utilizza fotografie sulla propria homepage senza detenerne apposita licenza, in Germania una violazione di diritti d'autore viene perseguita regolarmente (ed efficacemente!) dai legittimi titolari dei diritti anche per vie stragiudiziali.

In attesa che la Commissione adotti dunque le opportune misure, per la PMI italiana che sbarca sul mercato dell'e-commerce tedesco è importante acquisire la consapevolezza che non rispettare severamente le regole comporta rischi economici non indifferenti soprattutto a causa delle strategie difensive dei concorrenti.

 


Download illegale e responsabilità del gestore

by Kanzlei Thomas


Come tutti sanno, in Germania le violazioni del diritto d'autore commesse da chi scarica materiale tutelato da reti di filesharing (P2P) viene perseguita con grande insistenza dalle grandi majors, titolari dei diritti. Molte grandi società di produzione dell'audiovisivo sono clienti di uno specifico studio legale di Monaco, ormai divenuto celebre per la quantità di "Abmahnungen" (ovvero diffide stragiudiziali per ottenere la cessazione della violazione ed il pagamento di un risarcimento) che quotidianamente diffonde per tutta la Germania.

Pretese legittime?

Un primo problema si pone con riferimento alle pretese avanzate dai titolari dei diritti per mezzo del suddetto studio legale: se, di per sè, scaricare illegalmente un'opera tutelata dal diritto d'autore è senza dubbio un atto illecito, non altrettanto ovvie sono una serie di ulteriori circostanze, tra cui le fondamentali:

1 - chi è legittimato dal lato passivo? Se io ho un coinquilino che scarica film servendosi della connessione intestata a me, rispondo? La risposta delle corti è, sempre più chiaramente: no. Sta all'attore che fa valere una pretesa individuare il convenuto "giusto" e provare che ha commesso l'atto illecito.

2- ammesso e non concesso che la responsabilità del diffidato sussista, il danno fatto valere è giustificato? Anche qui, l'esperienza insegna che le cifre fatte valere dai titolari di diritti sono generalmente esagerate. Alcuni tribunali hanno ad esempio ritenuto che per ciascun brano musicale scricato illegalmente sia giustificato un risarcimento di pochi centesimi di euro (v. OLG Köln, MMR 2013, 319 e MMR 2012, 387; LG Hamburg MMR 2011, 53) - ovvero una cifra lontana anni luce dalle pretese generalmente avanzate.

Reti libere

Nell'evoluzione della materia sopraggiunge ora una decisione dell'Amtsgericht (pretura) di Berlino. Nel caso di specie il solito studio legale con riferimento al download illegale di un film, pretendeva cessazione e risarcimento da parte del gestore di una rete wifi libera, ovvero parte dell'iniziativa "Freifunk" che persegue l'obiettivo non lucrativo di installare nelle principali città tedesche router per un accesso ad internet completamente libero da ogni controllo o censura.

I giudici berlinesi concludono che il gestore di una rete accessibile da terzi devono essere considerati alla stregua di "access providers", che pertanto rientrano nell'ambito della parziale esenzione da responsabilità sancita dagli artt. 7-10 Telemediengesetz (TMG). Una responsabilità in qualità di "Störer", cioè non diretta ma accessoria per aver contribuito alla commissione dell'illecito da parte di terzi, sussiste solo quando il gestore ha uno specifico obbligo di controllare l'utilizzo della rete da parte degli utenti e, all'occorrenza, evitare la commissione di illeciti. Nella specie i giudici ritengono che non sia ragionevole esigere che il soggetto che mette a disposizione una rete wifi non protetta debba informare prelimiarmente gli utenti della rete dell'illiceità delle condotte che violano il diritto d'autore, né che debba controllare la condotta degli utenti che accedono alla sua rete - esattamente come non si può esigere che il titolare di una copisteria esamini i documenti che i clienti vogliono fotocopiare per sincerarsi che essi non siano tutelati dal diritto d'autore (v. VersR 1983, 1136).

Consiglio pratico

La giurisprudenza maggioritaria dimostra di riconoscere con sempre maggiore consapevolezza l'importanza del libero accesso ad internet, anche alla luce della pressoché totale impossibilità pratica eseguire un controllo, nella maggior parte delle situazioni. Anche all'interno delle stesse comunità "domestiche" (famiglie, coabitazioni, appartamenti condivisi) non può, in linea di massima, dedursi una responsabilità dell'intestatario della connessione, poichè nella maggior parte dei casi questi non ha alcun potere (né dovere) di controllare gli altri utilizzatori della rete.

Chi viene raggiunto da una diffida non deve dunque lasciarsi prendere dal panico: non è detto che le pretese fatte valere siano davvoro fondate. Meglio ricorrere all'assistenza di un legale.


E-commerce e scelta della legge applicabile

by Kanzlei Thomas


Condizioni generali di contratto nei confronti di consumatori

Condizioni generali di contratto (CGC), general terms, allgemeine Geschäftsbedingungen (AGB), dietro queste espressioni si nasconde una delle problematiche centrali dell'attività commerciale: come regolare i rapporti con i clienti in maniera uniforme? Il problema si pone principalmente nei confronti dei consumatori (B2C), perché nei confronti delle imprese è più frequente ricorrere a contratti individuali. Chi invece vende beni o servizi di consumo deve necessariamente fissare una disciplina contrattuale generale, valida nei confronti di tutti i clienti, senza poter negoziare le singole condizioni singolarmente con ognuno di essi.

La legge pone dei limiti ben definiti alla possibilità di stipulare contratti per adesione, ovvero contratti predisposti interamente da una parte (l'imprenditore o il professionista), a fronte dei quali la controparte (il consumatore) può solo "prendere o lasciare". In Italia la materia è regolata ad esempio dagli artt. 1341 e 1342, in Germania dagli artt. 305 ss. BGB.

In più, nei rapporti con i consumatori la normativa europea (da ultimo la direttiva 2011/83) e nazionale prevede una serie di disposizioni inderogabili a tutela del contraente debole (il consumatore), che limitano ulteriormente la già ridotta libertà contrattuale del predisponente.

La legge applicabile

Ad esempio, una disposizione a tutela del consumatore prevede che la legge applicabile al contratto sia necessariamente sempre quella del luogo in cui è domiciliato il consumatore stesso, a prescindere dalla sede dell'impresa o da una pattuizione difforme. Per questo motivo non è infrequente che nelle CGC si rinvengano clausole che prevedono la "esclusiva applicabilità" della legge tedesca o italiana a seconda dei casi. Cosa succede però nell'ambito dell'e-commerce? Se io offro i miei beni e servizi in Germania attraverso un sito tedesco, e non indico limitazioni geografiche alla fornitura dei beni o servizi, come posso essere certo che il contratto non venga concluso da un consumatore sì germanofono, ma residente in uno stato diverso dalla Germania?

Ecco che sul punto è intervenuta recentemente la Corte d'Appello di Oldenburg (OLG Oldenburg), sottolineando che una clausola che rende applicabile esclusivamente "la legge tedesca" è inefficace se contenuta in CGC relative all'offerta di un bene o servizio che può essere acquistato anche al di fuori della Germania.

Conseguenze

In via immediata, se la clausola di scelta della legge si rivela inefficace sarà applicabile la legge nazionale del luogo in cui è residente il consumatore. Tuttavia non è il solo rischio: infatti la stessa Corte ha ritenuto che un soggetto giuridico che persegua obiettivi di tutela di interessi diffusi nel campo del  consumo e del mercato (ad esempio associazioni dei consumatori, autorità indipendenti etc.) sia titolare di legittimazione attiva ad ottenere giudiziariamente la cessazione del comportamento illecito (ovvero l'eliminazione della clausola suddetta) anche quando riguardi un consumatore residente in un altro paese dell'Unione.

Quindi oltre al pericolo che si riveli applicabile una legge diversa da quella voluta si profila anche il rischio di un'azione giudiziaria con i relativi costi.

Come fare?

Nella prassi l'unica soluzione percorribile è quella di non inserire alcuna clausola sulla legge applicabile, dal momento che la disciplina legale sul punto è comunque inderogabile. Se, peraltro, si vuole ugualmente stipulare qualcosa in merito (ad esempio perché le CGC sono rivolte in parte anche al B2B, dove le convenzioni sulla legge applicabile sono ammesse), bisognerà necessariamente specificare che, nel rapporto con i consumatori, è sempre applicabile la legge del luogo in cui sono domiciliati nel momento in cui concludono il contratto.


Licenze Creative Commons: libere e sicure

by Kanzlei Thomas


Sul numero V del 2014 de "Il diritto Industriale" (IPSOA) il nostro collaboratore dott. Vittorio De Vecchi Lajolo esamina e commenta una recentissima pronuncia del Tribunale di prima istanza di Colonia (Landgericht), in base alla quale un'opera tutelata dal diritto d'autore (una fotografia) e rilasciata con licenza Creative Commons BY-NC-SA non può essere utilizzata liberamente sul sito internet di un'emittente radiofonica pubblica. La difesa dell'emittente convenuta era basata sull'assunto che, svolgendo un pubblico servizio e non essendo presenti inserzioni pubblicitarie sul sito, l'utilizzo dell'opera in questione doveva essere considerato "non commerciale". Il Tribunale adito ha ritenuto invece che, sulla base della cd. "Lizenzanalogie " (ovvero il cd. "prezzo del consenso"), una stazione radiofonica normalmente stipula normali licenze a pagamento per lo sfruttamento dei materiali tutelati altrui nell'esercizio della propria attività di impresa, la quale non cessa di essere tale solo per il fatto di prestare un servizio pubblico alla collettività.

La sentenza in esame è peraltro stata riformata in senso favorevola alla emittente radiofonica dalla Corte d'Appello di Colonia (Oberlandesgericht) in data 31. ottobre 2014 (sentenza non edita).

Riferimento: Licenze Creative Commons: libere e sicure, Il diritto Industriale, 2014, V, 433.


Torpedo e diritti della personalità: diffamazione in torpedo

by Kanzlei Thomas


Nel numero I del 2013 de "Il diritto Industriale" (IPSOA) il nostro collaboratore, dott. Vittorio De Vecchi Lajolo espone le problematiche inerenti alla lesione di diritti della personalità online in ambito sovranazionale.

Prendendo spunto dalla recentissima pronuncia della Corte di Giustizia dell'Unione Europea C-133/11 sull'applicabilità dell'art. 5, n. 3, del Reg. Bruxelles I alle azioni di accertamento negativo l'autore sottolinea che nelle cause di violazione di diritti della personalità la soluzione accolta si presta a produrre esiti sfavorevoli per le vittime di diffamazione e consegna ai diffamatori efficaci strumenti per abusare dei propri diritti. Il commento contribuisce più in generale ad un approfondimento della problematica sulle c.d. azioni Torpedo.

Riferimento: Torpedo e diritti della personalità: diffamazione in torpedo, Il Diritto Industriale, 2013, I, 52.